La poesia e gli Dei

di H.P. Lovecraft e Anna Helen Crofts

traduzione di Giulia Sabbadin e Rossella Monaco

(illustrazione di Davide Taiana)

La poesia e gli Dei è stato pubblicato per la prima volta su United Amateur, nel settembre del 1920 ed è un testo scritto a quattro mani da Anna Helen Crofts e H.P. Lovecraft, che all’epoca usava lo pseudonimo di H. Paget-Lowe. Crofts e Lovecraft erano entrambi membri della United Amateur Press Association, ma non si conoscono molti dettagli della vicenda creativa che portò alla scrittura di questo lavoro. Lovecraft non la menziona in nessuno dei suoi scritti, solo in un editoriale del luglio del 1921. Helen Crofts è stata un’insegnante fino al 1942, all’epoca studiava Pedagogia; oltre a questo racconto e a un altro, Life, non sembra abbia scritto altri testi di narrativa.
Non sappiamo nemmeno quanta parte abbia fatto Lovecraft nell’ideazione e nella stesura di questo testo, poiché non sono sopravvissuti manoscritti (Ken W. Faig, Jr. approfondisce in The Strange Story of “Poetry and the Gods”).
Di certo per Lovecraft è un racconto insolito perché nello stesso periodo scriveva La sorte che colpì Sarnath, La dichiarazione di Randolph Carter, La strada, Il terribile vecchio, I gatti di Ulthar e L’albero.
Gli dèi di questo racconto ricordano «Nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu [che] attende sognando». Interessante la visione salvifica, per noi oggi enfatica e fuori moda, della poesia e della parola scritta, capaci di trasportarci da una vita monotona e alienata alle vette più alte del Parnaso, dove dimorano gli dèi, pronti a tornare a dare il loro messaggio universale al mondo.

Era una sera di aprile umida e ombrosa, subito dopo la Grande Guerra, quando Marcia si ritrovò da sola con addosso pensieri e desideri strani, insolite ambizioni che volavano nell’aria oltre il grande salotto in stile Novecento, nelle profondità del cielo, a est verso gli uliveti, nella lontana Arcadia che aveva visto soltanto nei suoi sogni.
Era entrata distratta nella stanza, aveva spento la fiamma dei candelabri, e adesso si riposava su un morbido divano vicino a una lampada solitaria che diffondeva sul tavolo di lettura una luce verde rilassante simile alla luce lunare che filtra attraverso gli alberi di un antico santuario.
Vestita in modo semplice, con un abito da sera nero scollato, a vederla da fuori era il tipico prodotto della civiltà moderna; ma quella sera percepiva l’abisso sconfinato che separava la sua anima dall’ambiente prosaico in cui viveva. Era per via di quella casa, quella dimora fredda in cui i rapporti erano sempre tesi e gli ospiti poco più che estranei? Oppure si trattava di un fenomeno di disorientamento nel tempo e nello spazio, più grave e meno spiegabile, per cui era nata troppo tardi, troppo presto, troppo lontana da luoghi che sentisse suoi, per adattarsi alle bruttezze della realtà a lei contemporanea? Per tentare di scacciare il malumore che la risucchiava sempre di più, prese una rivista dal tavolo e cercò una poesia che potesse funzionare da cura. Meglio di qualunque altro metodo, le aveva sempre placato la mente, tuttavia molti aspetti delle poesie che aveva letto ne riducevano l’efficacia. Sopra ai versi più sublimi rimaneva sospesa una nebbia gelida di inutile bruttezza e di moderazione, come polvere sul vetro di una finestra attraverso cui si intravede un magnifico tramonto.
Mentre sfogliava senza voglia le pagine della rivista, come a cercare un inafferrabile tesoro, si imbatté all’improvviso in qualcosa che cancellò la sua apatia. Un osservatore avrebbe potuto leggere i suoi pensieri e scoprire un’immagine o un sogno che l’aveva portata più vicino al suo obiettivo di ogni altra immagine e sogno che avesse mai vissuto. Non era altro che vers libre, un pietoso compromesso del poeta che supera la prosa e già non è all’altezza della divina melodia dei Numeri; ma conteneva tutta la melodia spontanea di un bardo che soltanto vive e sperimenta, procedendo a tentoni, contemplando la bellezza rivelata. Privo di regolarità, aveva però l’armonia delle parole ferite, istintive, un’armonia che mancava ai versi formali, ordinari, che aveva conosciuto. Mentre continuava a leggere, l’ambiente circostante iniziò a svanire in modo graduale, e presto restarono attorno a lei solo le nebbie del sogno, nebbie violacee, cosparse di stelle oltre il tempo, dove solo gli Dei e i sognatori camminano.


Luna sopra al Giappone,
bianca farfalla lunare!
dove sognano i Buddah con le loro palpebre pesanti
al richiamo del cuculo…
Le bianche ali delle farfalle lunari
svolazzano per le strade della città,
arrossiscono nel silenzio gli stoppini delle lanterne in mano alle donne

Luna sopra ai Tropici,
un bianco bocciolo ricurvo
che apre lento i petali al calore del paradiso…

L’aria è ricolma di odori
e di languidi suoni…
un flauto ronza la sua musica d’insetto nella notte
al cospetto del petalo di luna del firmamento.

Luna sopra la Cina, esausta luna sul fiume del cielo,
il mescolarsi della luce tra i salici è il bagliore di mille pesciolini argentati
in banchi oscuri;
le lapidi sulle tombe e sui templi putrescenti lampeggiano come increscpati,
il cielo è chiazzato di nuvole come squame di un drago.
Tra le nebbie del sogno la lettrice rivelò alle stelle ritmiche la sua gioia perché era giunta una nuova era del canto, una rinascita di Pan. Con gli occhi mezzi chiusi, ripeteva le parole la cui melodia giaceva nascosta come un cristallo sul letto di un fiume prima dell’alba, nascosta ma per brillare luminosa al nascere del giorno.
Luna sopra al Giappone,
bianca farfalla lunare!

Luna sopra ai Tropici,
un bianco bocciolo ricurvo
che apre lento i petali al calore del paradiso…
L’aria è ricolma di odori
e di languidi suoni caldi…

Luna sopra la Cina,
esausta luna sul fiume del cielo…


Al di là delle nebbie risplendeva, come quella di un dio, la sagoma di un giovane, con un elmo alato, sandali ai piedi e il caduceo in mano, di una bellezza senza pari sulla Terra. Davanti al volto della dormiente agitò per tre volte il bastone che Apollo gli aveva dato in cambio della lira, e sul capo le mise una corona di mirto e di rose. Poi, adorante, Ermete parlò:
«O Ninfa più chiara delle bionde sorelle di Cirene e delle Atlantidi che abitano il cielo, amata da Afrodite e benedetta da Pallade, hai scoperto il segreto degli Dei nella bellezza e nel canto. O Profetessa più amorevole della Sibilla Cumana quando Apollo la conobbe per la prima volta, hai predicato una nuova era, già sul Menalo Pan sospira e si stiracchia nel sonno, desideroso di svegliarsi e vedere davanti a sé i piccoli fauni con le corone di rose e gli antichi Satiri. Con il tuo desiderio hai scoperto ciò che nessun mortale, a parte i pochi che il mondo ha rifiutato, ricorda: che gli Dei non sono mai morti, dormono soltanto e fanno i sogni degli Dei nei giardini di loto dell’Esperia, oltre i tramonti dorati. Si avvicina ora il momento del loro risveglio, quando il gelo e la bruttezza periranno, e Zeus siederà di nuovo sull’Olimpo. Il mare attorno a Pafo già si agita producendo una schiuma che solo gli antichi cieli hanno veduto finora, e di notte a Eliconia i pastori odono strani mormorii, note quasi dimenticate. Foreste e campi fremono al crepuscolo luccicando di bianche forme ondeggianti, mentre Oceano dona particolari visioni negli ultimi quarti di luna. Gli Dei sono pazienti, hanno dormito a lungo, ma nessun uomo né alcun gigante può mai sfidarli. Nel Tartaro i Titani si agitano e sotto l’ardente Etna gemono i figli di Urano e Gea. Ora sorge il giorno in cui l’uomo deve rispondere di secoli di negazione, ma nel sonno gli Dei sono diventati gentili e non lo getteranno nell’abisso creato per i negazionisti. La loro rivalsa distruggerà l’oscurità, la falsità e la bruttezza che hanno trasformato la mente dell’uomo; e sotto l’influenza del barbuto Saturno possano i mortali, ancora una volta sacrificando a lui, dimorare in bellezza e gioia. Questa notte possa tu conoscere il favore degli Dei, e osservare sul Parnaso quei sogni che gli Dei attraverso i secoli hanno donato alla Terra per dimostrare che non sono morti. Perché i poeti sono i sogni degli Dei, e in ogni era c’è stato qualcuno che ha portato inconsapevole il messaggio e la promessa dei giardini di loto oltre il tramonto».
Tra le sue braccia Ermete portò la dormiente attraverso i cieli. Le brezze gentili dalla torre di Eolo li trasportarono in alto sopra mari caldi e profumati, finché all’improvviso arrivarono al cospetto di Zeus, a udienza da Parnaso bicefalo; il suo trono dorato era affiancato a destra da Apollo e dalle Muse, e a sinistra da Dioniso con la sua corona di edera e dalle Baccanti arrossate dal piacere. Marcia non aveva mai visto così tanto splendore, da sveglia o nei sogni, ma quel bagliore non le faceva alcun male, come avrebbe dovuto fare il bagliore dell’alto Olimpo; poiché in questo tribunale minore il Padre degli Dei aveva moderato le sue glorie per la vista dei mortali. Davanti all’entrata drappeggiata di alloro dell’antro coricio erano sedute in fila sei nobili figure dall’aspetto mortale, ma con il volto divino. La sognatrice li riconobbe da alcune immagini che aveva visto, e seppe che erano non altri che il divino Omero, l’infernale Dante, il più che mortale Shakespeare, l’esploratore del caos Milton, il cosmico Goethe e Keats. Erano i messaggeri che gli Dei avevano inviato agli uomini per comunicare che Pan non era morto, solo addormentato; poiché è nella poesia che gli Dei parlano agli uomini.
Poi il Tonante prese parola: «O Figlia—poiché, sei tu parte della mia infinita stirpe, di certo sei mia figlia— guarda sugli onorevoli troni d’avorio gli augusti messaggeri che gli Dei vi hanno inviato affinché nelle parole e negli scritti degli uomini potesse esserci traccia di divina bellezza. Altri bardi hanno incoronato gli uomini con resistenti allori, ma questi li ha insigniti Apollo, e me ne sono preso cura, perché sono mortali che hanno parlato la lingua degli Dei. A lungo abbiamo sospirato nei giardini di loto a occidente, e abbiamo comunicato solo tramite i sogni; ora si avvicina il momento in cui le nostre voci più non taceranno. Saranno tempi di risveglio e cambiamento. Ancora una volta Fetonte è arrivato, inaridendo i campi e asciugando i ruscelli. In Gallia, solitarie ninfe dai capelli disordinati piangono vicino a fontane asciutte, e si struggono sui fiumi rossi per il sangue dei mortali. Ares e il suo seguito non si sono fermati nella loro follia divina e sono ritornati anche Deimos e Fobos, sazi di una gioia innaturale. Tellus langue di dolore, e i volti degli uomini sono come quelli delle Erinni, come quando Astrea volò in cielo, e le onde della nostra volontà ricoprirono ogni terra ad eccezione di quella alta vetta. In mezzo a questo caos, pronto ad annunciare la sua venuta ma già a celare il suo arrivo, fatica ora il nostro ultimo messaggero nei cui sogni vivono tutte le immagini invocate da altri prima di lui. Abbiamo scelto lui per fondere in un tutt’uno glorioso la bellezza che il mondo ha già conosciuto, e per scrivere parole in cui riecheggeranno tutta la saggezza e la bellezza del passato. È lui che annuncerà il nostro ritorno e canterà dei giorni a venire quando i Fauni e le Driadi infesteranno con la bellezza i loro boschi abituali. La nostra volontà è portata avanti da colui che ora siede davanti all’antro coricio, sul trono d’avorio, e nel cui canto potrai udire note di sublime grazie a cui, tra qualche anno, quando arriverà, potrai riconoscere il più importante messaggio. Ascolta le loro voci mentre una dopo l’altra ti cantano, adesso. Possa tu udire di nuovo ogni nota nella poesia che verrà, la poesia che porterà pace e piacere alla tua anima, anche se dovrai cercarla attraverso anni cupi. Aspetta con diligenza, poiché ogni accordo che vibra nascosto ti apparirà di nuovo quando sarai tornata sulla Terra, come Alfeo che, affondando le sue acque nell’anima di Hellas, appare come l’Aretusa di cristallo nella remota Sicilia».
Poi si alzò Omero, il più antico tra i bardi, prese la sua lira e cantò un inno ad Afrodite. Marcia non conosceva il greco, ma il messaggio non arrivò invano alle sue orecchie, poiché nel ritmo criptico c’era un qualcosa in grado di parlare a tutti i mortali e agli Dei e che non necessita di interpreti.
Così fecero anche i canti di Dante e Goethe, le cui parole sconosciute riempirono l’etere con melodie facili da ascoltare e da adorare. Finché alcune melodie note non risuonarono nella mente dell’ascoltatrice. Era il Cigno di Avon, una volta Dio tra gli uomini, e ancora un Dio tra gli Dei.
Scrivi, scrivi, ché dal corso sanguinoso della guerra,
il mio più caro maestro, il tuo caro figlio, possa venir fuori in fretta;
fa’ che torni in pace a casa, mentre io, da lontano,
santifico il suo nome con zelante fervore.
Note ancora più familiari si alzarono mentre Milton, non più cieco, declamava un’armonia immortale:

Lascia che la tua lampada a mezzanotte
sia avvistata da qualche alta torre solitaria,
dove io possa vigilare sull’Orsa
con il tre volte grande Ermete, vivi
lo spirito di Platone, per scoprire
quali parole da quali remote regioni ti porta
la sua mente immortale, che ha abbandonato
la sua dimora in questo corpo di carne.

Lascia talvolta che una splendida tragedia
ti travolga con la sua coltre regale,
raccontando di Tebe, della stirpe di Pelope,
e la storia della divina Troia.
Per ultima arrivò la giovane voce di Keats, più simile a quella dei fauni di tutti gli altri messaggeri:
Le melodie ascoltate sono dolci, ma quelle non ascoltate
ancora di più, perciò suonate, dolci flauti…

Quando la vecchiaia dissiperà questa generazione,
tu rimarrai, in mezzo ad altro affanno, amico dell’uomo, al quale dici
«la bellezza è verità — la verità è bellezza» — è tutto ciò
che sai sulla terra, tutto ciò che necessiti di sapere.


Mentre il poeta concludeva, arrivò il rumore del vento dal lontano Egitto, dove ogni notte sul Nilo piange, in lutto, Aurora, per l’assassinio del suo Memnone. Ai piedi del Tonante volò la Dea dalle dita rosee e, inginocchiandosi, gridò: «Maestro, è tempo che io apra i cancelli dell’Oriente».
E Apollo, porgendo la sua lira a Calliope, sua sposa tra le Muse, si preparò a partire per il Palazzo del Sole, ingioiellato e con le colonne innalzate, dove fremevano i destrieri già imbrigliati al carro dorato del Giorno. Dunque Zeus scese dal suo trono intagliato e mise una mano sulla testa di Marcia, dicendo:

«Figlia, l’alba è vicina, ed è meglio che tu faccia ritorno a casa prima che i mortali si sveglino. Non piangere per la desolazione della tua vita, poiché l’ombra delle false fedi presto sparirà e gli Dei torneranno a camminare tra gli uomini. Cerca incessantemente il nostro messaggero, poiché in lui troverai pace e conforto. Possano i tuoi passi essere guidati dalle sue parole verso la felicità, e possa il tuo spirito trovare nei suoi sogni di bellezza ciò che brama». Mentre Zeus concludeva, il giovane Ermete sollevò con gentilezza la ragazza e la portò in alto verso le stelle che si affievolivano, verso ovest, superando i mari invisibili. Sono passati molti anni da quando Marcia sognò gli Dei e il loro conclave sul Parnaso. Stasera è seduta nello stesso salotto, ma non è sola. Se n’è andato il vecchio senso di irrequietezza, perché accanto a lei c’è un uomo il cui nome è celebre: il giovane poeta dei poeti ai cui piedi si trova tutto il mondo. Sta leggendo da un manoscritto parole che nessuno prima ha mai udito, ma che porteranno agli uomini sogni e capricci che persi secoli fa, quando Pan si coricò per sonnecchiare in Arcadia, e i grandi Dei si ritirarono a dormire nei giardini di loto oltre le terre delle Esperidi. Nel delicato ritmo e nelle note ermetiche del bardo lo spirito della ragazza ha finalmente trovato riposo, poiché lì riecheggiano le divine note di Orfeo di Tracia, note capaci di spostare le roccie e gli alberi sulle sponde dell’Hebrus. La melodia cessa, e con fervore Marcia pronuncia la sua impressione, ma cosa può dire se non che quel canto è «gradito agli Dei?»
E mentre parla ecco che si palesa di nuovo quella visione del Parnaso e il suono lontano di una voce potente: «Dalla sua parola possano i tuoi passi essere guidati verso la felicità, e nei suoi sogni possa il tuo spirito trovare tutto ciò che brama».

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