Il riposo della marmotta e la scrittura

di Evita Greco

Se c’è una cosa che so del riposo è che, per me, somiglia alla scrittura. O meglio: a quello stato che arriva e ti accompagna durante la scrittura, che alcuni chiamano “Ispirazione”.

Le sole due volte che ho dormito otto ore di seguito me le ricordo. Appena sveglia mi sono chiesta: è così che vivono le persone? Quando provavo a lamentarmi del fatto che non riuscissi a dormire, mia madre, che invece in fatto di addormentamento è sempre stata una privilegiata, mi diceva: “Non importa, torna a letto: anche se non dormi, riposi”. La mia incapacità di fare un buon uso del sonno poteva rendermi dunque almeno una riposatrice seria, solerte: un’impiegata riposatrice. Non lo sono mai diventata, però. Sin da quando mia madre mi rispediva nel letto dove non sapevo dormire ma sul quale avrei dovuto almeno riposare, una grande parte di me si chiedeva – senza trovare il coraggio di chiederlo agli altri – da che cosa dovessi riposare.

Il due febbraio è il giorno della marmotta. Da qualche parte, in Pennsylvania, a un certo punto si sono messi a guardare cosa succedeva a una marmotta quando usciva dalla sua tana: se uscendo dalla tana non avesse visto alcuna ombra, voleva dire che l’inverno sarebbe finito di lì a poco. Se invece, uscendo, la marmotta avesse trovato il sole e, quindi si fosse formata un’ombra, allora c’era da aspettarsi ancora un bel po’ di inverno. Su questa faccenda del giorno della marmotta ci hanno fatto anche un film in cui un uomo rivive all’infinito lo stesso giorno: il due di febbraio. All’inizio, la cosa lo affascina, dopo un po’ lo annoia. In ogni caso, dice wikipedia, “… scopre così i suoi talenti e capisce i bisogni altrui, il che lo rende un uomo apprezzato e amato, insomma, un uomo migliore”. Svegliandomi ormai da trentasette anni senza un buon sonno e senza sapere da che cosa mi sia riposata, mi sembra di vivere nel giorno della marmotta, un po’ quello del film, un po’ proprio quello dell’animale che esce dalla tana e, a seconda della sua ombra, scopre quanto inverno ancora l’aspetta. Non accade a tutti i risvegli ma soltanto la mattina. È quello il momento in cui prendo atto che, di nuovo, il miracolo delle otto ore di seguito non è avvenuto e allora, un po’ come la marmotta in cerca della sua stessa ombra, mi chiedo: avrò almeno riposato? E, subito dopo, con un tono molto più insistente, arriva la domanda vera: riposato da cosa? Anche se poi mi alzo, mi vesto, mi lavo, e “mi sveglio”, in realtà torno dentro la tana senza sapere che ne sarà dell’inverno, ed è lì che scrivo. Nella tana la domanda rimbomba sempre più forte: da che cerchi riposo?

“Riposo” deriva dal latino: “re”, particella intensiva, e “posare”. Ammesso che nella tana della marmotta non ci sia  poi tanto spazio per posare le cose, la domanda rimane: cosa dovrei posare?

Ho sentito di una scrittrice che, quando aveva i figli piccoli si dedicava alla scrittura per tre settimane soltanto. Tre settimane in cui mollava tutto, si chiudeva in una casa preferibilmente lontano da qualsiasi cosa e, chissà, fantastico io, magari spegneva anche il telefono. È da questo che dovrei riposare? Dalla routine imposta dall’avere figli piccoli? Dalla routine che uno dovrebbe imporsi anche senza figli piccoli se vuole scampare alla voglia di tornare dentro la tana come in un qualsiasi due febbraio, più o meno soleggiato? Domandarsi da che cosa ci si debba riposare è esso stesso riposo?

Quando ero adolescente mia madre (forse dopo aver preso atto che a letto mi ci rimandavo da sola) mi iscrisse a un corso di meditazione, per imparare a rilassarmi, “a riposare la mente”, disse. Fu un incubo. Questa faccenda del non essere brava a prendere sonno, del non essere brava a sapere da che cosa dovevo riposarmi in privato la gestivo relativamente bene. In camera, di notte, è facile. Ma in una stanza piena di gente, sdraiata, molto consapevole di che cosa sia davvero il respiro, diventava terrificante. Mi si chiedeva di stare ferma e di tenere fermo il pensiero. Quello era riposo? Dalle lezioni di meditazione non trassi niente. Nessun miracolo delle otto ore di seguito ma, soprattutto, nessuno stimolo a scrivere. Perché, se c’è una cosa che so del riposo è che, per me, somiglia alla scrittura. O meglio: a quello stato che arriva e ti accompagna durante la scrittura, che alcuni chiamano “Ispirazione”. L’ispirazione, come il riposo vero non sai anticiparli, e non sai ridirli una volta passati. Lasciano traccia del loro effetto restando però inafferrabili. Entrambi hanno a che fare con la perdita di coscienza, in un certo senso, con la perdita di responsabilità. Puoi anche predisporre tutto il tuo essere verso l’ispirazione, così come puoi predisporti al riposo ma, come quando sei troppo stanco, non arriveranno a tuo piacimento. E non è detto che arrivino subito quando smetti di cercarli. Eppure, arrivano. La cosa bella dello scrivere è che anche il riposo dalla scrittura prevede la scrittura. La cosa brutta del riposo è che il solo riposo che vorrei è quello dalla parte di me stessa che non smette di cercare il riposo. Un oroboro che non può far altro che pensare se stesso e che mi rispedisce dentro la tana, insieme alla marmotta che se ne frega della sua ombra. L’inverno passerà comunque, credo che pensi la marmotta e credo abbia ragione. Quanto a me, da dentro la tana, sento di dover precisare che una delle due notti in cui ho dormito otto ore di seguito è stata quella dopo aver finito di scrivere il mio primo libro. L’altra è stata quella dopo aver finito di scrivere il secondo. Forse è dalla scrittura che devo riposare? L’ho chiesto alla marmotta. Ha detto che me lo farà sapere il prossimo due febbraio.

Evita Greco, scrittrice italiana. Ha pubblicato con Rizzoli Il rumore delle cose che iniziano (2016) e con Garzanti La luce che resta (2018). Ha tenuto una conferenza TedX sulla creatività e la scrittura.

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