di Roberto Galofaro
Nella società americana s’è inceppato il capitalismo. Più di quattro milioni di persone hanno dato le dimissioni, hanno smesso di lavorare, hanno smesso di cercare lavoro. Non lo vogliono più, un lavoro. Cosa succede in Italia?
«La morte del piccolo borghese – dimissioni o licenziamento»
Bobi Bazlen
Primo: non scadere nel patetismo, nel vittimismo. La qual cosa è sterile e singolare, mentre qui si parla di un plurale – molteplice. E, per la stessa ragione, non dire io.
Secondo: la fiducia nelle statistiche, il timore che non misurino l’inattingibile. Nei grandi numeri le evidenze sono incontrovertibili, ma ogni scala emotiva è incomparabile alle altre, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche. Indagare ma con empatia, scavare dentro la folla, ipotizzare l’unità.
Terzo: la metafora si presta all’abuso, ed è meglio allora ricorrere all’allegoria, al cerchio che non chiude. Il correlativo oggettivo, che sia oggettivo in sé, non può esistere – troppe angolature – e la sua forza, ad ogni modo, non è la spiegazione ma proprio l’allusione.
Great Resignation. Lo dicono le statistiche del 2021. Circolano link, si allegano documenti. Nella società americana s’è inceppato il capitalismo. Più di quattro milioni di persone hanno dato le dimissioni, hanno smesso di lavorare, hanno smesso di cercare lavoro. Non lo vogliono più, un lavoro. La notizia è diffusa a partire da un report di una banca[1], guarda un po’, preoccupata che davvero questo evento possa portare per le aziende statunitensi a un disavanzo nel rapporto tra offerta e domanda di lavoro. Uno stallo. In Italia ci si chiede subito: e qui? Qui dove l’economia cresce lenta, dove i rapporti di lavoro sono fluidi, dove le partite iva mascherano contratti subordinati di ogni tipo e la disoccupazione è già alta, succederà lo stesso?
Non è depressione né burnout, dice il New York Times[2]. E il New York Times è un giornale onorevole. È un languore che è pura e semplice assenza di benessere, è come guardare il proprio tempo passare dietro un vetro appannato. Attenzione, però, alle parole. Non più o non solo dietro un vetro. Se il vetro è appannato la visione è offuscata. Radicarsi bene in questa metafora, prenderla sul serio. Non è più una questione di presa sul, o di contatto con il, reale, è qualcosa di più. È un guasto irrimediabile della percezione.
Dicevano che un nuovo normale era in arrivo. Che niente sarebbe più stato come prima. Per restare nel tema: che il lavoro agile e lo smart-working avrebbero affrancato almeno dal peso degli spostamenti da-per gli uffici; che alle porte delle città, svuotate, si sarebbero popolate le campagne, villini e villette con balconi e giardini, perché chi lavora da casa ora vuole una vista più appagante e un accesso alla natura. Il nuovo normale avrebbe arredato la natura in nuovo modo, domestico ed escapistico insieme. Perché, diamine, come si fa a pensare alla prospettiva di un eventuale lockdown in un miniappartamento in centro a un prezzo folle, a un monolocale non balconato che assomiglia alla gabbia di un animale allo zoo? Più verde e più gioia per tutti.
Dalla lattiginosa inerzia che si fa blocco, colpisce l’energia negativa. Non c’è slancio. Per quanto il banchiere preoccupato o il critico marxista si sforzino di indicare il potenziale rivoluzionario di un licenziamento di massa, quello che appare netto è il senso di disfacimento. Non vi è, almeno nella parte di fenomeno che qui si vuole raffigurare, soltanto il rifiuto di una ricerca infinita del successo che è interna al capitalismo. Vi è l’astenia. L’anedonia. Sintomi della depressione, certo. Ma il New York Times ha detto che depressione non è. E il New York Times è un giornale onorevole. Eppure in quel numero tra i numeri, in una percentuale tra le percentuali c’è qualcuno che ha radunato le redisue energie per rendersi immobile. Per mettersi in stallo.
Ma ci saranno state delle avvisaglie. Consegne in ritardo. Assenza di colleghi e carico delle mansioni redistribuito. Complicazioni nelle comunicazioni orizzontali e verticali. Forti mal di testa, nausee, tensioni e dolori articolari, infiammazioni della cervicale, problemi digestivi, disturbi alimentari. Difficoltà relazionali. Niente di cui prendersi cura, finché dura il fatturato, finché arriva lo stipendio. Inesorabile, per molti, la sensazione del peso, la gravità accresciuta esponenzialmente, per cui ogni singola azione, anche delle più abituali, prende a pesare come una fatica di Sisifo. E così, nelle parole di T.S. Eliot, «tra l’idea e la realtà / tra l’emozione e la reazione / cade l’ombra». Il tempo che passa dietro un vetro offuscato. La sintesi dei sintomi: la controvoglia di lavorare.
I piani settimo, sesto e quinto dell’edificio all’angolo tra il lungotevere Flaminio e piazza Gentile da Fabriano, a Roma, crollano nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 2016. Avvisati da un’inquilina che sentiva sinistri scricchiolii, i vigili del fuoco hanno sgomberato tutti gli appartamenti, quindi non ci sono vittime. Le prime ricostruzioni individuano la causa dell’evento nella gran quantità di piante accumulate sul balcone dell’attico, che hanno finito per gravare oltre la soglia di resistenza delle travi. Poi verrà chiarito, invece, che sono stati i lavori di ristrutturazione un piano più sotto ad eliminare dei pilastri portanti e compromettere la tenuta dello stabile. Il vaso che fa traboccare il palazzo, da una parte, il giardiniere che taglia il ramo sul quale è seduto, dall’altra. E sebbene la seconda spiegazione, dicono i fatti, smentisca la prima, la duplice narrazione resta viva nella coscienza: togli sostegno, aggiungi peso. Riduci l’organico, redistribuisci i compiti. Destruttura, schiaccia. Finché il fatturato dura, purché uno stipendio arrivi.
Rimossi in pochi giorni i resti pericolanti, il palazzo ad angolo resta lì, di fronte al ponte sul Tevere, con alcune stanze squarciate ed esposte, in alto. Un quadro attaccato al muro che dondola al vento. Una tenda, una libreria, come in una scenografia teatrale, in un teatro di guerra, mentre un paio di piani più in basso niente è mutato, le mura reggono, le imposte sono chiuse.
Ed ecco l’allegoria, ripescata dalla memoria che ne ha preso visione. Il palazzo regge, la procedura va avanti, svuotata di senso, le stanze dell’ultimo piano sono esposte a pioggia, vento, sole, ma l’occhio è fisso sul monitor (e il vetro del monitor è offuscato da un’ombra), le dita toccano e premono ancora sui tasti, il dovere si compie, il bilancio regge. Moltiplicalo, ora: immagina un quartiere di edifici normalmente diroccati, rovine che si reggono. Immagina la moltitudine degli uomini vuoti, degli hollow men, e potrai sentire il suono della fine del mondo: non uno schianto ma un lamento. Questa è la grande dimissione: il crollo del palazzo che è rimasto in piedi.
[1] https://www.gspublishing.com/content/research/en/reports/2021/11/12/4f72d573-c573-4c4b-8812-1d32ce3b973e.html
[2] https://www.nytimes.com/2021/04/19/well/mind/covid-mental-health-languishing.html
Roberto Galofaro, nato a Palermo nel 1979; vive a Roma. Laureato in Lettere, lavora nell’editoria da quasi diciotto anni e finora si è dimesso una sola volta, proprio nel 2022. Collabora con Cattedrale Osservatorio sul racconto e con Altri Animali e ha scritto recensioni, interviste e racconti usciti su Antinomie, inutile, Tuffi.
