di Rossella Monaco
Perché ritrovare un equilibrio tra riposo e lavoro dovrebbe essere l’obiettivo sociale più ambito.
Tempi difficili per chi non si getta nel flusso. “Tempi” nel senso di “epoca”, certo, ma non solo. Se andiamo ad analizzare i minuti di impegno giornaliero, questi paiono moltiplicarsi, al plurale, in tempi sempre più piccoli e pieni: percorrendo il corso delle 24 ore, se non ci concediamo di dormire, scopriamo che il riposo è stato cannibalizzato dal fare. Anche quando ci sembra di riposare, di lasciar andare, non lo stiamo facendo veramente. Ed è forse il motivo per cui, per trovare quel momento di massima concentrazione nel niente, siamo costretti a metterlo in agenda: un corso di Yoga, qualche minuto di meditazione, una vacanza appuntata su una data remota che sembra non arrivare mai, un massaggio dall’osteopata (giacché il flusso ha effetti collaterali sul nostro fisico e lo sappiamo benissimo). È il nulla che diventa incombenza, e l’incombenza a lungo andare incombe. In tanti se ne sono accorti durante il periodo di “fermo” imposto dai lockdown durante la pandemia da Covid-19. Rimanere a casa a poltrire sul divano ha rappresentato un momento di riflessione profonda (anche se non per tutti), di riconsiderazione della carriera in relazione alla famiglia o al prendersi cura di sé o semplicemente al viversi la natura (bella e lontana) al di là delle finestre. Ancor prima del Covid-19, in realtà, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stava considerando un altro tipo di pandemia mortale, non un virus, ma comunque capace di incidere sulla salute umana con un impatto considerevole: il “burnout”. Una malattia inserita ufficialmente nella Classificazione Internazionale e descritta come una “sensazione di esaurimento mentale o di esaurimento delle energie; aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, negatività e cinismo relativi al proprio lavoro; ridotta efficacia professionale… una sindrome risultante dallo stress cronico sul posto di lavoro”. Da un sondaggio portato a termine da Harvard Business Review in quarantasei Stati è risultato che l’85 per cento delle persone percepisce diminuito il proprio benessere fisico e/o mentale a causa del sovraccarico giornaliero. Il 51 per cento ha dichiarato di non riuscire a costruire una forte relazione con amici e parenti per via delle scelte lavorative. Si tratta di dati rilevanti, già intuibili istintivamente, sulla nostra pelle. Siamo sempre più sopraffatti (e di conseguenza ci sentiamo sottopagati, dal momento che quasi sempre il tempo non vale un prezzo). Siamo sempre più isolati e disumanizzati. Se non bastasse l’aspetto psicologico a rivelarlo, l’OMS ha riportato che nel 2016 sono morte 745.000 persone per via delle troppe ore di lavoro. Senza riposo siamo soggetti infatti a maggiori percentuali di stress e aumenta il rischio di infarto e di ictus, l’equilibrio endocrino salta, il cervello si atrofizza in compiti ripetitivi e superficiali e non trova il tempo materiale di incasellare tutte le informazioni e i ricordi, il fisico non beneficia di movimenti vari e che coinvolgano tutte le fasce muscolari e gli organi interni. Perché tendiamo a ripetere, senza un senso, le stesse azioni, e a ritornare, ossessivamente, sugli stessi pensieri, sulle stesse competenze. Non è solo colpa del sistema, però. Si tratta di una scelta, la maggior parte delle volte: sappiamo che per vivere meglio bisogna cercare la “contentezza”, qualcosa che “contiene” appunto, che “basta”. E invece ci riempiamo di immagini, di parole, di appuntamenti, di promesse, di eventi, ma non di vuoto, di noia, di meditazione, di calma, di pause, di riposo. I pezzi di questo numero quasi sempre collegano la mancanza di riposo alla malattia, perché il disequilibrio lo è per definizione (che sia fisico o mentale). Forse è questo il motivo del successo delle culture asiatiche, di religioni come il buddismo, di stili di vita estremi (come chi decide di viaggiare ininterrottamente intorno al mondo, senza mai tornare a casa, sopportando scomodità e mancanza di affetti). Forse è questo il motivo per cui in molti hanno deciso di cambiare lavoro, di dare le dimissioni da impieghi che sentivano troppo oltre le loro forze. Forse è questo il motivo per cui la lettura e i libri hanno ancora il potere di trascinarci lontano dal flusso, per immergerci nella stasi profonda, per regalarci esperienze fuori dalla norma, anche se vicarie. Forse è per questo che tanti romanzi inediti iniziano con un tale nel letto che spegne la sveglia? Allarme implacabile dell’inzio del flusso? Io vi auguro e mi auguro questo: che non diventiamo personaggi della nostra stessa vita, intrappolati in un cliché che non funziona, che possiamo dedicarci un momento, anche solo mezz’ora, ogni giorno, a pancia in su sul divano, a guardare il soffitto bianco, ad ascoltare il nostro respiro, ad abbracciare i nostri cari in silenzio, o a guardare il mare, ad assaporare un frutto, masticandolo lentamente, a guardare negli occhi le persone che ci circondano, senza per forza metterlo sul calendario o impostare una notifica.
Rossella Monaco, direttrice editoriale di Just-Lit, ha fondato lo studio editoriale La Matita Rossa. Scrive e collabora con diverse realtà in qualità di traduttrice ed editor. Ha tradotto inediti di Dickens, Thoreau, Verne e Fitzgerald. Tra le sue ultime traduzioni The Queen (Giunti), Tra Russia e Cina di Colin Thubron (Ponte alle Grazie, 2022), Pandemie di Mark Honigsbaum (Ponte alle Grazie, 2020) e La linea rosa di Mark Gevisser (Rizzoli, 2021). Ha scritto I grandi eroi della montagna (Newton Compton, 2019) e Storie e segreti delle grandi famiglie italiane (Newton Compton, 2021). Legge manoscritti in lingua e in italiano, svolge editing di saggi e romanzi e revisioni di traduzioni; è agente letterario e docente in corsi di scrittura e traduzione.

